UN MUSEO NAVALE
STORICO PER
NAPOLI
"mamma" della MARINA MILITARE
ITALIANA

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POLIORAMA DELLE SUE SICILIE
in questo spazio vengono segnalati attività ed eventi riguardanti le Due Sicilie
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L'ASSOCIAZIONE CULTURALE "DUE SICILIE"
per il secondo anno consecutivo propone
S. MESSA PER FRANCESCO II DI BORBONE
SABATO 27 dicembre alle ore 11, nella Chiesa Madre di Siderno (RC), in Piazza Portosalvo, sarà celebrata una messa in suffragio delle anime di Francesco II, ultimo Re di Napoli e di Sicilia, dei soldati caduti a difesa della nostra terra e delle decine di migliaia di prigionieri di guerra napoletani lasciati morire di fame e di freddo nei campi di concentramento piemontesi.
L'Associazione Culturale Due Sicilie si raccoglie in preghiera e ringrazia coloro che vorranno partecipare al mesto rito.
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Francesco II morì il 27 dicembre 1894 ad Arco di Trento, al tempo provincia austriaca. Sebbene fosse cognato dell'imperatore e sebbene appartenesse a una delle più antiche dinastie d'Europa, visse l'esilio e morì in dignitosa povertà.
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AUGURI DI BUON NATALE
ASSOCIAZIONE CULTURALE DUE SICILIE - GIOIOSA JONICA
BRIGANTI SU RAI 3
Venerdì 24 ottobre, ore 17.00, RAI 3 – Programma Geo & Geo
il video andato in onda può essere visto cliccando sul link sottostante
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ASSOCIAZIONE CULTURALE 'DUE SICILIE'
Gioiosa Jonica
ll calvario di Fenestrelle
Comunicato stampa
A distanza di 148 anni dagli eventi, finalmente l'amministrazione del Comune di Fenestrelle ha accolto civilmente e con senso di responsabilità che fosse posta sul muro della fortezza una lapide commemorativa degli ottomila prigionieri napolitani periti fra quelle mura. Dice la lapide:
TRA IL 1860 E IL 1861 VENNERO SEGREGATI NELLA FORTEZZA DI FENESTRELLE MIGLIAIA DI SOLDATI DELLE DUE SICILIE CHE SI ERANO RIFIUTATI DI RINNEGARE IL RE E L'ANTICA PATRIA. POCHI TORNARONO A CASA. I PIU' MORIRONO DI STENTI. I POCHI CHE SANNO S'INCHINANO.
Si trattava di prigionieri di guerra, essenzialmente di soldati semplici che in ritirata, dopo la battaglia del Volturno, non avevano potuto trovare rifugio, a causa del numero, nella fortezza di Gaeta, in cui Francesco II aveva cadere non certo per salvare la patria, impresa ormai impossibile, ma l'onore. Ma vi erano anche sbandati calabresi, pugliesi, abruzzesi, molisani, campani appartenenti alla divisioni di linea i cui generali avevano complottato con i piemontesi o erano passati a Garibaldi, nonché renitenti alla leva che Cavour aveva ordinato appena occupato il Regno napolitano nella speranza di spegnere la resistenza contadina già in atto.
Trattati come animali, ammassati nei bastimenti, tenuti senza cibo e acqua per giorni, i duosiciliani, colpevoli soltanto di essere rimasti fedeli al loro Re, vennero sbattuti in terre sconosciute, fredde, in campi di concentramento inospitali e, soprattutto, lontano dalla loro terra e dalla loro famiglia. Molti non riuscivano a sopportare la disperazione e mettevano fine ai loro giorni gettandosi in mare, come viene attestato in un articolo del giornale L'Armonia edito a Genova. Tanti, anzi, quasi tutti quelli che non morirono nel lungo tragitto a piedi dal Sud fino alle Alpi o per mare fino a Genova preferirono affrontare il duro e disumano regime carcerario, gli stenti, le umiliazioni, i maltrattamenti, i morsi della fame e della sete, le malattie e, persino, la morte, pur di non chinare la testa di fronte a quelli che consideravano solo crudeli usurpatori. I principali campi di concentramento istituiti dal nuovo Regno d'Italia furono, oltre a Fenesrelle (in Val Chisone, fra le Alpi), San Maurizio Canavese, Alessandria, Milano, Bergamo, le Isole Pontine, l'Elba, le piccole isole del Mar di Sardegna, dove vennero internati più di 12.000 tra ufficiali e veterani che avevano rifiutato di continuare il servizio militare nell'esercito italiano. Festrelle costituisce ancora un sistema difensivo composto da parecchie fortezze poste fra le Alpi. In una di queste i prigionieri organizzarono una rivolta progettando persino d'occupare Torino. Furono scoperti. La repressione fu durissima. Degli 8000 concentrati in questo lager pochi tornarono a casa. I più morirono di fame, di freddo, di malattie non curate. Furono sepolti in fosse comuni e non si fece memoria dei loro nomi.
Gioiosa Jonica, 17 luglio 2008
FENESTRELLE, 6 LUGLIO 2008
A cura dell'Associazione Due Sicilie di Torino
Domenica 6 luglio 2008, nel forte di FENESTRELLE in Piemonte,
è stata scoperta questa lapide

Associazione Due Sicilie di Torino – Via Principe Tommaso, 33 – 10125 Torino.
Tel. 011 66 88 204 – e-mail: duesicilie.torino@libero.it
PONTELANDOLFO, 14 AGOSTO 2008
Maestà Francesco II, nutro la speranza che, da quell’angolo di Paradiso dove il buon Dio Vi ha posto, abbiate potuto gioire per ciò che si è avverato ieri a Pontelandolfo e che per questo abbiate per un attimo perdonato il vostro popolo. Quelle bandiere che garrivano nel paese di Pontelandolfo, erano la obiezione mossa al mondo intero che le vostre Due Sicilie ci sono ancora, vive, giovani e fedelissime.
I cittadini massacrati dall’invasore piemontese in quel maledetto agosto del 1861 erano lì accanto a noi, don Epifano in testa, senza dubbio alcuno. Passeggiavano al nostro fianco finalmente sorridenti e liberati dal dolore e dall’angoscia del dubbio che li ha accompagnati in questo lungo interminabile silenzio che dal loro assassinio giunge sino all’evento commemorativo allestito ieri 14 agosto 2008. Finalmente abbiamo reso giustizia alle loro anime e rimosso i dubbi che li avranno accompagnati in questi anni di abbandono inspiegabile ed imbarazzante. Ieri finalmente abbiamo ridato onore a quel nostro sangue violentato dall’invasore, nonostante gli ostacoli e , nonostante la vergognosa posizione di ascaro intrapresa dai massimi amministratori politici del paese sannita, la cittadina ha risposto copiosa : Presente!
Il momento più alto che uno popolo possa toccare è quando onore i propri Padri.
Ieri abbiamo ridato onore e giustizia al popolo duosiciliano tutto.
Il mondo borboniano ha dato bella dimostrazione di se: dal nord sono giunti il nostro coordinatore per il veneto Mario Moccia accompagnato dal direttore del mensile “Due Sicilie”, l’avvocato Antonio Pagano, poi i cari compatrioti Nicola Graniello e Massimo Dentice, napoletani doc direttamente da Brescia, ed ancora i nostri rappresentanti dell’avamposto padano dell’Emilia Marco Fortunato, Luigi Costantino e Alessandro Calvo. C’erano anche i connazionali pugliesi con in testa il coordinatore Ezio Spina ed i sempre attivi Gaetano Marabello e Diego Eramo, il direttore di Bisceglie15giorni Salvatore Valentino ed il fratello islamico Giovanni Mustafa Palmulli da Foggia. La Calabria era rappresentata da Duccio Mallamaci, mentre la Campania l’ha fatta da padrone assoluto in questo evento celebrativo, oltre al “reggimento” Caserta con a capo il coordinatore Mauro Giaquinto, c’erano la famiglia di Antonio Riccio al gran completo, il professore Pasquale Cervo da Caiazzo, il colonnello Ilario Simonetta, il “comandante in capo” Giovanni Salemi e gli amici dell’alto casertano oggi ribattezzata Ciociaria, Ferdinando Corradini, Argentino D’Arpino ed il responsabile del sito CDS Lazio Alfonso Vellucci. I napoletani erano capitanati dal dott. Eduardo Vitale, direttore de “L’Alfiere”. Napoli CDS aveva in sua rappresentanza i giovani Angelo D’Ambra e Stefano Lo Passo, presente poi l’associazione “Esperide: centro studi Due Sicilie” con Antonio De Innocentis e Rosario Mascolo e l’editore Pietro Golia. Da Benevento hanno dato il loro contributo identitaria l’ingegnere Di Donato e l’attore Enzo Morzillo, mentre il coordinatore Nicola Longobardi con Nello Esposito e Gennaro Cesarano erano la “prima linea” di Castellammare di Stabia. Eppoi Luigi De Angelis, Massimo Cuofano, Diana Damiano e Emilio Barretta tutti ambasciatori provenienti della provincia della nostra antica capitale e Vincenzo D’Amico di Nocera Inferiore rappresentava degnamente la zona salernitana.
Splendido ed inimitabile, padrone di casa, il coordinatore dei Comitati Due Sicilie Renato Rinaldi, anima del riuscito evento. Un forte, fraterno ringraziamento per la sua dedizione alla riuscita della commemorazione sia a lui che ai suoi collaboratori, uno su tutti il caro Andrea Santopietro.
Una citazione d’obbligo si deve alla signora Caterina Ossi che ha sentito il bisogno di esserci, destando un sussulto di commozione, quando si è presentata avvolta dal vessillo duosiciliano in chiesa (da ricordare che la signora è veneta).
All’onorevole Antonio Milo un grazie affettuoso per il bel telegramma che ha mandato al professor Rinaldi promotore dell’evento. I compatrioti Giuseppe Simonetta, Luca Longo, Pasquale Sciammarella, Antonio De Stefano, Emilio Zangari, Davide Cristaldi, Edoardo Spagnuolo e Giuseppe Vozza impossibilitati ad essere partecipi hanno voluto comunque manifestare la loro presenza attraverso messaggi e telefonate di saluti ed encomi.
Una giornata indimenticabile.
Che Pontelandolfo viva
Due Sicilie Vivant.
Forza e Onore
Fiore Marro
Segretario nazionale
Comitati Due Sicilie
| I° video dei comitati Due Sicilie per l'evento commemorativo di Pontelandolfo |
LE FOTO


ALTRE FOTO SU
FONTE: www.comitatiduesicilie.org
Riceviamo e pubblichiamo ....
Il cardinale Ruffo.
Il cardinale calabrese Fabrizio Ruffo fu il primo ad intravedere la possibilità di saldare il popolo agli aristocratici, in una comune lotta contro la classe emergente, che oggi potremmo definire “La nuova borghesia o la rifondazione del nulla”, che è l'ispiratrice di ideali malsani, a torto definiti rivoluzionari (che c’è di rivoluzionario nel pretendere che venga riconosciuto il matrimonio tra persone dello stesso sesso o che venga riconosciuta l’eutanasia o che si tartassi e si schiavizzi il popolo in nome della globalizzazione o della rivendicazione salariale?). Il grande cardinale oltre a dimostrare notevoli capacità amministrative ed una forte sensibilità non disgiunta da un caratteristico ed elevato spessore morale, dimostrò con i fatti di essere dalla parte del giusto. Si ricordi il suo provvedimento delle "dogane ai confini di Stato" (1786), con il quale si inimicò l'aristocrazia romana per l'equità dei suoi provvedimenti fiscali. Nel 1791 lo stesso pontefice, cedendo alle pressioni della borghesia romana, destituì l'allora monsignor Fabrizio Ruffo dal prestigioso incarico, prospettandogli il cardinalato come ringraziamento ed apprezzamento per il lavoro svolto. E’ così che divenne cardinale del titolo di Sant'Angelo in Pescheria e cominciò ad occuparsi dell'amministrazione dei terreni dell'Agro Romano nella quale diede prova di inusuale capacità e, nel quadro di totale chiusura che caratterizzava lo Stato della Chiesa in quel periodo, di apertura verso le moderne teorie sociali ed economiche. Tra le varie fabbriche da lui patrocinate vi è la bella chiesa del Crocifisso a Fiumicino. Ad un certo punto della sua vita il cardinale sollecitò dai Borbone l'incarico ufficiale per far insorgere le Calabrie contro la Repubblica partenopea, anche se ottenne pochissimi mezzi per iniziare l'impresa. Dopo essersi messo a capo di bande di contadini calabresi (i detentori della vera cultura magno greca) radunatisi a Pizzo Calabro per combattere le armate rivoluzionarie coniò la denominazione di Armata sanfedista o, meglio, "esercito della Santa Fede". Non si nega e si legge, del resto, nell'epistolario del cardinale e in altri documenti che ci siano stati eccessi negativissimi. Tanto che egli si diceva «costretto ad inghiottire la propria indignazione» di fronte agli atti vandalici di parte del suo esercito. Quando poté, però, fu inflessibile nel punirne gli eccessi. Un altro dei problemi che ebbe, derivò dall'esigenza di accettare nelle file sanfediste individui palesemente interessati solo al saccheggio e alle violenze tanto che, in occasione di alcuni scontri particolarmente fruttuosi, gran parte dell'esercito si dileguava per godersi il bottino, rendendo necessarie ripetute soste per riorganizzarsi.Nonostante ciò, però, in pochi mesi terminò la propria marcia con l'assedio di Napoli (13 giugno 1799), ultimo resto della Repubblica partenopea, ormai abbandonata già dal 7 maggio dalle armate francesi, richiamate in Italia settentrionale dall'avanzata austro-russa, e bloccata dal mare dalla squadra navale anglo-borbonica. Il prevedibile esito finale dell'assedio ha creato comunque dei problemi al cardinale. Giacché doveva decidere come trattare le centinaia di persone che avevano partecipato al governo di Napoli durante l'occupazione francese. Centinaia di persone, quasi tutte appartenenti all'aristocrazia, molte fra le più chiare personalità dell'epoca (basta ricordare l'economista Mario Pagano, il medico Domenico Cirillo, lo storico Vincenzo Cuoco) rischiavano di essere giustiziate come traditori. Dal punto di vista del diritto la loro posizione era insostenibile, in quanto nessun governo aveva riconosciuto il governo rivoluzionario. Lo stesso governo francese aveva rimandato indietro senza riceverla una delegazione inviata allo scopo di ottenere il riconoscimento. Inoltre il territorio del regno era stato fin dall'inizio spaccato fra aderenti al nuovo stato di cose e «insorgenti» (secondo la definizione di Vincenzo Cuoco nel suo Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli - edizione del 1806), vanificando ogni speranza di ottenere un riconoscimento de facto. Nell'avvicinarsi sempre più a Napoli, ormai unica città del Regno dove la Repubblica contava sostenitori numericamente significativi, il cardinale aveva ricevuto più volte ordini scritti da parte della corte di Palermo in cui lo si diffidava dal concedere patti onorevoli di resa. Era infatti ben noto che il cardinale non voleva un’altro bagno di sangue. Vista l'ineluttabilità della caduta della città, il cardinale iniziò delle trattative volte a sottoscrivere una capitolazione prima che arrivassero espliciti ordini contrari. Così facendo cercava (nei limiti del possibile) di attenuare le prevedibili sofferenze dei napoletani concedendo loro di optare per la fuga, imbarcandosi o seguendo le guarnigioni francesi, che avevano già abbandonato la città. Ma appena questo accordo fu sottoscritto ed accettato, anche dai comandanti delle truppe regolari presenti all'assedio (comandanti delle navi inglesi e di alcuni contingenti russi e turchi), Ferdinando IV e la regina Carolina, sentendosi forti dell'appoggio inglese, lo esautorarono dal comando. I reali e il capo del gabinetto, Giovanni Acton, sapevano di poter contare sulla assoluta obbedienza dell'ammiraglio inglese Lord Horatio Nelson, notoriamente succube di Emma Hamilton e quindi della regina Maria Carolina. Appena giunto in rada egli infatti procedette ad annullare le clausole del trattato già stipulato. Il cardinale, minacciato addirittura di arresto, assistette impotente agli orrori della repressione, in cui Horatio Nelson prese una parte tale da attirarsi fortissime critiche anche dai suoi superiori e dal parlamento inglese. Alla fine del burrascoso episodio, il cardinale si recò a Roma per cambiare il proprio titolo con quello di Santa Maria in Cosmedin, l'11 agosto 1800. Lo cambierà ancora, con Santa Maria in Via Lata, nel 1821.
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