POLIORAMA DELLE SUE SICILIE

in questo spazio vengono segnalati attività ed eventi riguardanti le Due Sicilie

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MERCOGLIANO (AV) - 22 e 23 SETTEMBRE

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

SE CI TIENI DAVVERO AL SUD, ISCRIVITI AL GRUPPO "RISOLLEVIAMO NAPOLI"

 

 


 

Eddy Napoli - MALAUNITA' / videoclip ufficiale (sottotitoli in italiano)

DA NON PERDERE!

http://www.youtube.com/watch?v=aIFzaKrd-pI

 


 

Il destino del meridione

di Nicola Zitara

Il 16 gennaio u.s. si è riunito a Napoli il primo Parlamento meridionale; ovviamente una manifestazione estranea alle regole formali dello Stato unitario. La formazione di un pensiero meridionalista nascente dalla contrapposizione di interessi tra Sud e Nord risale alla fine dell''800 e alle serie indagini di Francesco Saverio Nitti, ma, se il Nord ha saputo sempre operare in base ai propri interessi, i meridionali non hanno mai saputo (o voluto) contrapporsi politicamente alla gestione coloniale delle loro risorse, a cominciare da quelle umane.

 La formazione di un'entità politica disunitaria ha dietro le spalle un processo lungo quarant'anni  di revisione storica, di rivalutazione del Regno borbonico e di riscoperta della resistenza che i contadini meridionali opposero, attraverso il Brigantaggio, alla conquista italo-piemontese.

Il Parlamento meridionale del 16 gennaio 2010 ha deciso la costituzione di alcune Commissioni per lo studio della condizione attuale del Sud e la proposizione dei rimedi presso ogni sede democratica. Si tratta di un salto di qualità rispetto alla posizione precedente, in quanto si passa dalla  mera rivendicazione del passato alla decisione di intervenire sui malanni del presente, quasi un neo-meridionalismo, questa volta, però,  volto a contestare non solo lo stato delle cose, ma lo stesso Stato e i suoi organi decisionali.

A margine di tale decisione mi permetto  di aggiungere alcune riflessioni. La prima riguarda il sistema bancario. Come è a tutti noto il più pesante dei mali di cui soffre il Sud è rappresentato dalla disoccupazione. Per affrontare questo male il rimedio risolutivo è costituito dagli investimenti produttivi, i quali pretendono il preventivo governo della moneta e del risparmio. Da questo angolo visuale il Sud conta quanto il due di coppe al gioco della briscola. Infatti il risparmio e la circolazione monetaria - a detta dello stesso ministro Tremonti - sono forme democratiche di potere totalmente assenti nel Meridione. Sono invece ben presenti da Roma in su. La banca di cui il Sud ha bisogno è quella che opera investimenti  di medio e lungo periodo nei settori dell'Industria e dell'Agricoltura. Gli esempi noti in Italia sono Mediobanca e l'Istituto Mobiliare Italiano (IMI). Dal punto di vista formale o giuridico, non è difficile immaginare che le banche commerciali esistenti al Sud si associno per creare un'unica Società bancaria di tipo mobiliare e immobiliare. In effetti, al Sud, la circolazione monetaria e il risparmio si presentano in misura più che sufficiente, né vi sono ostacoli legislativi nazionali o comunitari alla costituzione di una Società del topo prefigurato. Semmai le difficoltà sono d'ordine pratico, economico e politico, perché le banche commerciali che operano nel Meridione sono delle mere agenzie e comunque vassalle del sistema bancario centrosettentrionale. Compito del neomeridionalismo è quello di individuare le difficoltà e imporre all'opinione pubblica l'esigenza primaria di superarle.

La seconda riflessione riguarda lo sviluppo della Marina mercantile e del sistema portuale. Nel futuro della Penisola italiana, un'aspettativa importantissima attiene agli scambi commerciali tra l'Europa centrale e l'Asia, l'Africa e l'America; Scambi che vengono e verranno realizzati via mare. Genova, Trieste, Ancona, Ravenna, l'Istria si vanno preparando a fare da testa di ponte portuale dell'Europa continentale. Il Sud non può essere assente da questa gara, specialmente in sede relazioni - sia pure da sviluppare - con il Nordafrica e l'Asia Minore.

La terza riflessione su cui richiamo l'attenzione delle Commissioni uscite dal Parlamento riunitosi al Maschio Angioino riguarda  i rapporti tra le regioni continentali del Sud e la Sicilia. Nessuna delle regioni meridionali, singolarmente presa, ha il peso politico e giuridico-costituzionale della Sicilia. Già nel lontano 1860  l'interesse siciliano a emanciparsi dalla corona napoletana fu decisivo per la sconfitta militare delle Due Sicilie e per la formazione del Regno sabaudo d'Italia, nel 1861. La rivendicazione autonomistica o del tutto separatista dell'Isola risale al 1943/44, cioè al tempo dell'occupazione angloamericana dal Meridione. In appresso l'autonomismo e il separatismo   siciliani si sono rivisti in molte versioni (e facce), da ultimo una recente presa di posizione del governatore  regionale, Raffaele Lombardo,  il quale ha prima ha operato nel senso d'espandere il Movimento per le Autonomie nelle regioni continentali del Sud e poi, per difendere la sua linea in Sicilia, ha dovuto abbandonare la linea interregionalista.

Sicilia e Meridione procedono verso la stessa meta, ma lo fanno percorrendo la strada connaturale a ciascuno. Questa strada  presenta tracciati diversi ed è giusto che ciascuno percorra il tracciato  che il destino gli ha assegnato.

 


L’irrinunciabilità e l’urgenza di uno stato meridionale indipendente

di Nicola Zitara
 

L’Italia è una società che sta andando in pezzi. Reagiscono soltanto gli stronzobossisti che, come i corvi de “La peste”, si lanciano a satollarsi sulla carogna in putrefazione. Lo stesso sindacato è un reale nemico del Sud perché si allea effettivamente con la parte egemone del territorio italiano, dove garantisce  la Cassa Integrazione Guadagni, mentre malignamente dimentica la disoccupazione meridionale.

Il Mezzogiorno paga duramente la crisi per l’assenza di un suo stato indipendente. Ma cos’è lo stato? Qual è la funzione nella nazione di appartenenza (o eventualmente in un mondo con un solo stato)? La funzione dello stato cambia al cambiamento dei rapporti giuridici di produzione. Stato è una parola astratta che si concretizza, secondo i dettami dei giuristi, in un territorio, in un popolo e nella sovranità su entrambi. I primi due elementi sono intuitivi, il terzo elemento è alquanto complesso e mutevole nel tempo. La sovranità non è infatti riducibile al potere militare né a quello di esercitare la giustizia penale e civile. Neanche possiamo restringere gli aspetti economici della sovranità al fatto fiscale e alla spesa pubblica. Lo stato, o meglio il potere umano che lo dirige, invade settori vastissimi della economia privata e familiare.

La Grecia antica e Roma fondavano colonie per offrire terreni coltivabili alla popolazione in soprannumero. Altri esempi: a Roma repubblicana e imperiale vigevano calmieri per ogni derrata alimentare. L’Annona distribuiva pane, olive e olio ai proletari. Nel Regno di Napoli, e credo dovunque, il prezzo del grano era fissato per decreto reale. Si tratta di esemplificazioni, relative al passato, ma basta avere un’idea del contenuto di un codice civile di qualunque nazione moderna per convincersi che lo stato disciplina ogni aspetto dei rapporti di produzione e di scambio. Per un diverso aspetto, attraverso la spesa pubblica interviene direttamente nella vita economica e nelle attività capitalistiche della nazione. E’ questo potere che sta alla base dello storico divario tra Nord e Sud dello stato italiano. Fu infatti il governo unitario ad evirare il Banco delle Due Sicilie e a permettere alla Banca Nazionale di Genova e di Torino di moltiplicare per cento la sua circolazione fiduciaria; furono i governi nazionali a stroncare la rivoluzione agraria in atto nel Meridione al tempo della guerra doganale con la Francia. Più vicino a noi è il caso della Ricostruzione postbellica a partire dal 1946-1947 allorché il Sud fu sacrificato sull’altare del rilancio del triangolo industriale Genova-Torino-Milano e delle cooperative emiliane. Del tutto attuale è la clamorosa  beffa del dirottamento delle risorse comunitarie, destinate al Sud, a favore delle industrie centrosettentrionali in crisi.

Oggi in Italia più del 50% delle risorse prodotte nazionalmente sono incassate e ridistribuite dallo stato. La cifra può spaventare ma bisogna riflettere anche che i servizi pubblici e la spesa per investimenti migliorano l’esistenza attuale e quella futura. Diversamente che nelle società contadine i sistemi tributari moderni non affamano i produttori-consumatori ma si limitano ad incidere il surplus prodotto da ciascun membro della società.

Popolazione e territorio sottoposti ad una sovranità non sono uniformi. Esiste un clichè dell’italiano o del francese ma si tratta di clichè fasulli. Ci sono i ricchi, i poveri, i meridionali, e i settentrionali, i capitalisti e i proletari, le zone di alta occupazione e le zone di disoccupazione. Spesse volte queste ultime sono create deliberatamente da chi governa. Si sostiene che alla partenza una o più regioni di un Paese nel momento dell’avvio del suo decollo industriale esprimessero dei gruppi dirigenti più agguerriti; che disponessero di vantaggi geofisici, ad esempio: fiumi navigabili, miniere di ferro o di carbone. In Italia questo tipo di vantaggi fu legato alle cascate alpine al tempo della prima industrializzazione. Logicamente tali richiami servono a farci dimenticare la politica di emissioni cartacee bancarie fortemente favorevole alle regioni del triangolo Liguria-Lombardia-Piemonte. Nella stessa Napoli borbonica l’interland napoletano, che era il più avanzato industrialmente a livello italiano, fu fortemente favorito dalle emissioni di carta bancaria da parte del Banco delle Due Sicilie. Fatta l’unità d’Italia, la Nazione Napoletana e la Nazione siciliana (Siculi e Jtalòi ) perdettero ogni difesa militare e quindi bancaria. La difesa militare si trasferì ai confini della Padana col risultato di mettere il Sud nelle mani di un esercito nemico. La secolare attrazione centripeta di Milano su tutta l’area padana e sulle sue città ex capitali partorì una capitale d’Italia diversa da Roma nella pratica, anche se non nella forma. Roma divenne un emissario politico degli interessi specifici delle classi capitalistiche emergenti in Padana. Questa è storia nota più o meno a tutti.

Il problema che qui si vuole evidenziare è che la degradazione di Napoli da capitale di uno stato a capoluogo di provincia coinvolse i settori capitalistici emergenti al tempo di Ferdinando II. Questi non ebbero la forza politica, sebbene disponessero di risorse sufficienti, di mettersi alla pari con la classe dirigente padana e di pretendere, ed imporre , che l’intero Mezzogiorno sostenesse se stesso e non lo sviluppo padano.

Il ritorno all’indipendenza è necessario e urgente per sopperire allo squilibrio che dura da 150 anni. Oggi il Sud gravita economicamente sulla sua efficienza coloniale, la quale ha due aspetti fondamentali. Il primo è la distribuzione dei prodotti industriali, agricoli e del terziario padano, dalla quale ottiene il cosiddetto ricarico commerciale, il valore aggiunto che va al terziario locale. L’altra fonte di sussistenza è la corruzione clientelare. La Regione Lombardia ha 4000 addetti, la Regione Sicilia, un po meno popolosa, ne ha 23000. Ovviamente si tratta di assistenza carpita all’intera nazione, ma ad essere corrotti non sono solo i politici siciliani. La politica nazionale, non volendo affrontare i problemi siciliani ha creato una classe “cuscinetto” a favore dell’unità politica. Discorso consimile si può fare per tutte le mafie meridionali, le quali si adoperano a calmierare le possibili ripercussioni sociali e politiche della disoccupazione con un drenaggio di profitti realizzati nelle altre parti del Paese e, pare, in tutto il mondo.

Il punto nevralgico del discorso è proprio l’inoccupazione meridionale. Statisticamente nel Nord italiano sono attive 67 persone (su 100 in età di lavoro), mentre il Sud ne ha meno del 50 %. La differenza di 17 punti percentuali suggerisce che l’inoccupazione colpisce 3.500.000 lavoratori su un totale di 20.000.000 di abitanti. Uscire da questa trappola non è, a rigor di logica, impossibile, basterebbe produrre le sedie su cui ci sediamo, i chiodi, i profilati ferro, le lampadine, i libri scolastici e non scolastici, i computer, i televisori, le biciclette, i palloni di cuoio e le palle di gomma, e molte altre cose ancora tutt’altro che appartenenti all’empireo della modernità. Ma dove troveremo le risorse per fare tutto questo? Faremo come fece Ferdinando IV restaurato e come fece l’Italia unita: fonderemo lo sviluppo sulla moneta creditizia e sulla accumulazione primitiva bancaria.



 

 

 

 

Riceviamo e pubblichiamo ....

Il cardinale Ruffo.

 Il cardinale calabrese Fabrizio Ruffo fu il primo ad intravedere la possibilità di saldare il popolo agli aristocratici, in una comune lotta contro la classe emergente, che oggi potremmo definire “La nuova borghesia o la rifondazione del nulla”, che è l'ispiratrice di ideali malsani, a torto definiti rivoluzionari (che c’è di rivoluzionario nel pretendere che venga riconosciuto il matrimonio tra persone dello stesso sesso o che venga riconosciuta l’eutanasia o che si tartassi e si schiavizzi il popolo in nome della globalizzazione o della rivendicazione salariale?). Il grande cardinale oltre a dimostrare  notevoli capacità amministrative ed una forte  sensibilità non disgiunta da un caratteristico ed elevato spessore morale, dimostrò con i fatti di essere dalla parte del giusto. Si ricordi il suo provvedimento delle "dogane ai confini di Stato" (1786), con il quale si inimicò l'aristocrazia romana per l'equità dei suoi provvedimenti fiscali. Nel 1791 lo stesso pontefice, cedendo alle pressioni della borghesia romana, destituì l'allora monsignor Fabrizio Ruffo dal prestigioso incarico, prospettandogli il cardinalato come ringraziamento ed apprezzamento per il lavoro svolto.  E’ così che divenne cardinale del titolo di Sant'Angelo in Pescheria  e cominciò ad occuparsi dell'amministrazione dei terreni dell'Agro Romano nella quale diede prova di inusuale capacità e, nel quadro di totale chiusura che caratterizzava lo Stato della Chiesa in quel periodo, di apertura verso le moderne teorie sociali ed economiche. Tra le varie fabbriche da lui patrocinate vi è la bella chiesa del Crocifisso a Fiumicino. Ad un certo punto della sua vita il cardinale sollecitò dai Borbone l'incarico ufficiale per far insorgere le Calabrie contro la Repubblica partenopea, anche se ottenne pochissimi mezzi per iniziare l'impresa. Dopo essersi  messo a capo di bande di contadini calabresi (i detentori della vera cultura magno greca) radunatisi a Pizzo Calabro  per combattere le armate rivoluzionarie coniò la denominazione di Armata sanfedista o, meglio, "esercito della Santa Fede". Non si nega e si legge, del resto, nell'epistolario del cardinale e in altri documenti che ci siano stati eccessi negativissimi. Tanto che egli si diceva «costretto ad inghiottire la propria indignazione» di fronte agli atti vandalici di parte del suo esercito. Quando poté, però,  fu inflessibile nel punirne gli eccessi. Un altro dei problemi che ebbe, derivò dall'esigenza di accettare nelle file sanfediste individui palesemente interessati solo al saccheggio e alle violenze tanto che, in occasione di alcuni scontri particolarmente fruttuosi, gran parte dell'esercito si dileguava per godersi il bottino, rendendo necessarie ripetute soste per riorganizzarsi.

Nonostante ciò,  però, in pochi mesi terminò la propria marcia con l'assedio di Napoli (13 giugno 1799), ultimo resto della Repubblica partenopea, ormai abbandonata già dal 7 maggio dalle armate francesi, richiamate in Italia settentrionale dall'avanzata austro-russa, e bloccata dal mare dalla squadra navale anglo-borbonica. Il prevedibile esito finale dell'assedio ha creato comunque dei problemi al cardinale. Giacché doveva decidere come trattare le centinaia di persone che avevano partecipato al governo di Napoli durante l'occupazione francese. Centinaia di persone, quasi tutte appartenenti all'aristocrazia, molte fra le più chiare personalità dell'epoca (basta ricordare l'economista Mario Pagano, il medico Domenico Cirillo, lo storico Vincenzo Cuoco) rischiavano di essere giustiziate come traditori. Dal punto di vista del diritto la loro posizione era insostenibile, in quanto nessun governo aveva riconosciuto il governo rivoluzionario. Lo stesso governo francese aveva rimandato indietro senza riceverla una delegazione inviata allo scopo di ottenere il riconoscimento. Inoltre il territorio del regno era stato fin dall'inizio spaccato fra aderenti al nuovo stato di cose e «insorgenti» (secondo la definizione di Vincenzo Cuoco nel suo Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli - edizione del 1806), vanificando ogni speranza di ottenere un riconoscimento de facto. Nell'avvicinarsi sempre più a Napoli, ormai unica città del Regno dove la Repubblica contava sostenitori numericamente significativi, il cardinale aveva ricevuto più volte ordini scritti da parte della corte di Palermo in cui lo si diffidava dal concedere patti onorevoli di resa. Era infatti ben noto che il cardinale non voleva un’altro bagno di sangue. Vista l'ineluttabilità della caduta della città, il cardinale iniziò delle trattative volte a sottoscrivere una capitolazione prima che arrivassero espliciti ordini contrari. Così facendo cercava (nei limiti del possibile) di attenuare le prevedibili sofferenze dei napoletani concedendo loro di optare per la fuga, imbarcandosi o seguendo le guarnigioni francesi, che avevano già abbandonato la città. Ma appena questo accordo fu sottoscritto ed accettato, anche dai comandanti delle truppe regolari presenti all'assedio (comandanti delle navi inglesi e di alcuni contingenti russi e turchi), Ferdinando IV e la regina Carolina, sentendosi forti dell'appoggio inglese, lo esautorarono dal comando. I reali e il capo del gabinetto, Giovanni Acton, sapevano di poter contare sulla assoluta obbedienza dell'ammiraglio inglese Lord Horatio Nelson, notoriamente succube di Emma Hamilton e quindi della regina Maria Carolina. Appena giunto in rada egli infatti procedette ad annullare le clausole del trattato già stipulato. Il cardinale, minacciato addirittura di arresto, assistette impotente agli orrori della repressione, in cui Horatio Nelson prese una parte tale da attirarsi fortissime critiche anche dai suoi superiori e dal parlamento inglese. Alla fine del burrascoso episodio, il cardinale si recò a Roma per cambiare il proprio titolo con quello di Santa Maria in Cosmedin, l'11 agosto 1800. Lo cambierà ancora, con Santa Maria in Via Lata, nel 1821.

                                                                        IL CIRCOLO DEI SANFEDISTI DI CAULONIA (RC)

 

 

 


 

   E' in distribuzione il periodico

"DUE SICILIE"

Numero 3– Anno 2010

 

 

 

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ASSOCIAZIONE CULTURALE  'DUE SICILIE'

Gioiosa Jonica

 ll calvario di Fenestrelle    

Comunicato stampa

A distanza di 148 anni dagli eventi, finalmente l'amministrazione del Comune di Fenestrelle ha accolto civilmente e con senso di responsabilità che fosse posta sul muro della fortezza una lapide commemorativa degli ottomila prigionieri napolitani periti fra quelle mura.  Dice la lapide:

TRA IL 1860 E IL 1861 VENNERO SEGREGATI NELLA FORTEZZA DI FENESTRELLE MIGLIAIA DI SOLDATI DELLE DUE SICILIE CHE SI ERANO RIFIUTATI DI RINNEGARE IL RE E L'ANTICA PATRIA. POCHI TORNARONO A CASA. I PIU' MORIRONO DI STENTI. I POCHI CHE SANNO S'INCHINANO.

Si trattava di prigionieri di guerra, essenzialmente di soldati semplici che in ritirata, dopo la battaglia del Volturno,  non avevano potuto trovare rifugio, a causa del numero, nella fortezza di Gaeta, in cui Francesco II aveva cadere non certo per salvare la patria, impresa ormai impossibile, ma l'onore. Ma vi erano anche sbandati calabresi, pugliesi, abruzzesi, molisani, campani appartenenti alla divisioni di linea i cui generali avevano complottato con i piemontesi o erano passati a Garibaldi, nonché renitenti alla leva che Cavour aveva ordinato appena occupato il Regno napolitano nella speranza di spegnere la resistenza contadina già in atto. 

Trattati come animali, ammassati nei bastimenti, tenuti senza cibo e acqua per giorni, i duosiciliani, colpevoli soltanto di essere rimasti fedeli al loro Re, vennero sbattuti in terre sconosciute,  fredde, in campi di concentramento inospitali e, soprattutto, lontano dalla loro terra e dalla loro famiglia. Molti non riuscivano a sopportare la disperazione e mettevano fine ai loro giorni gettandosi in mare, come viene attestato in un articolo del giornale L'Armonia edito a Genova. Tanti, anzi, quasi tutti quelli che non morirono nel lungo tragitto a piedi dal Sud fino alle Alpi o per mare fino a Genova preferirono affrontare il duro e disumano regime carcerario, gli stenti, le umiliazioni, i maltrattamenti, i morsi della fame e della sete, le malattie e, persino, la morte, pur di non chinare la testa di fronte a quelli che consideravano solo crudeli usurpatori. I principali campi di concentramento istituiti dal nuovo Regno d'Italia furono, oltre a Fenesrelle (in Val Chisone, fra le Alpi), San Maurizio Canavese, Alessandria, Milano, Bergamo, le Isole Pontine, l'Elba, le piccole isole del Mar di Sardegna, dove vennero internati più di 12.000 tra ufficiali e veterani che avevano rifiutato di continuare il servizio militare nell'esercito italiano. Festrelle costituisce ancora un sistema difensivo composto da parecchie fortezze poste fra le Alpi. In una di queste i prigionieri organizzarono una rivolta progettando persino d'occupare Torino. Furono scoperti. La repressione fu durissima. Degli 8000 concentrati in questo lager pochi tornarono a casa. I più morirono di fame, di freddo, di malattie non curate. Furono sepolti in fosse comuni e  non si fece memoria dei loro nomi.

Gioiosa Jonica, 17 luglio 2008  

 

FENESTRELLE, 6 LUGLIO 2008

A cura dell'Associazione Due Sicilie di Torino

Domenica 6 luglio 2008, nel forte di FENESTRELLE in Piemonte,

è stata scoperta questa lapide

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

UN MUSEO NAVALE STORICO PER NAPOLI 
 "mamma" della MARINA MILITARE ITALIANA



 

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